
13) L'Idea del Bello e la dialettica dell'amore.
Nel brano viene descritta l'azione straordinaria che l'Idea del
Bello ha sulle cose, il suo essere la pi percepibile dai sensi
e l'effetto che essa produce sui corrotti e sui puri. Su questi
ultimi la bellezza genera quel tipo di innamoramento che fa volare
l'anima verso il sovrasensibile, cio verso l'Idea. Parla Socrate,
che riferisce un discorso del poeta Stesicoro.
Fedro, 249 d-252 c (vedi manuale pagine 95-96).
1   [249 d] - [...] Ecco dove l'intero discorso viene a toccare la
quarta specie di delirio: quello per cui quando uno, alla vista
della bellezza terrena, riandando col ricordo alla bellezza vera,
metta le ali, e di nuovo pennuto e agognante di volare, ma
impotente a farlo, come un uccello fissi l'altezza [e] e trascuri
le cose terrene, offre motivo d'essere ritenuto uscito di senno.
Quel delirio, dico, che  la pi nobile forma di tutti i deliri
divini e procede da ci che  pi nobile, tanto per chi ne  preso
quanto per chi ne partecipa; e chi conosce questo rapimento
divino, ed ami la bellezza,  detto amatore. Perch, secondo
quanto s' detto, ogni anima umana per sua natura ha contemplato
il vero essere, altrimenti non sarebbe penetrata in questa [250 a]
creatura che  l'uomo. Ma non per tutte le anime  agevole,
partendo dalle cose terrene, far affiorare nella memoria quel vero
essere, non per quelle che ebbero lass una visione rapidissima di
quelle realt, non per quelle che, quando sono crollate a terra,
ebbero mala sorte cosicch, stravolte verso l'ingiustizia da certe
compagnie, dimenticarono quanto allora videro di santo. Proprio
poche rimangono che possono ancora ricordare in modo bastante; e
queste, quando scorgono qualche imitazione delle cose del cielo,
vanno in estasi e non si tengono pi, pur non sapendo di che
patimento si tratti perch la percezione di ci non  [b]
sufficientemente profonda. Ora nelle imitazioni terrene non
traspare neppure un raggio di giustizia, di temperanza e di
quant'altri beni siano preziosi per l'anima; ma solo pochi, con
organi cos ottusi, possono a fatica scorgere, accostandosi alle
immagini, la natura di ci che in esse  raffigurato. La bellezza
brillava allora in tutta luce, quando nella beata schiera ne
godevamo la beatifica visione, noi al seguito di Giove, altri di
un altro dio, ed eravamo iniziati a quella iniziazione che si pu
ben dire [c] la pi beatifica di tutte; e la celebravamo integri
ed inesperti dei mali che in seguito ci avrebbero atteso, in
misterica contemplazione di integre e semplici, immobili e
venerabili forme, immersi in una luce pura, noi stessi puri e
privi di questa tomba che ora ci portiamo in giro col nome di
corpo, imprigionati in esso come un'ostrica ...
2   Questo discorso sia il nostro tributo alla reminiscenza che
gi ci ha tirato ad una lunga digressione, presi dal rimpianto
delle cose di allora. Ora, la bellezza, come s' detto, splendeva
di vera luce lass fra quelle essenze, e anche [d] dopo la nostra
discesa quaggi l'abbiamo afferrata con il pi luminoso dei nostri
sensi, luminosa e risplendente. Perch la vista  il pi acuto dei
sensi permessi al nostro corpo; essa per non vede il pensiero.
Quali straordinari amori ci procurerebbe se il pensiero potesse
assicurarci una qualche mai chiara immagine di s da contemplare!
N pu vedere le altre essenze che son degne d'amore. Cos solo la
bellezza sort questo privilegio di essere la pi percepibile dai
sensi e la pi amabile di tutte. Chi pertanto [e] ha una lontana
iniziazione o  gi corrotto non pu rapidamente elevarsi da
questo mondo a contemplare la bellezza in s di lass, col
mettersi a guardare ci che qui in terra si chiama bello; cosicch
egli la riguarda senza venerazione e, arrendendosi al piacere,
come una bestia, si lancia a seminare figlioli, o abbandonatosi
agli eccessi non prova timore n vergogna a perseguire piaceri
contro [251 a] natura. Ma chi sia iniziato di fresco e abbia
goduto di lunga visione lass, quando scorga un volto d'apparenza
divina, o una qualche forma corporea che ben riproduca la
bellezza, sbito rabbrividisce e lo colgono di quegli smarrimenti
di allora, e poi rimirando questa bellezza la venera come divina e
se non temesse d'esser giudicato del tutto impazzito,
sacrificherebbe al suo amore come a un'immagine di un dio. E
rimirandolo, come avviene quando il brivido cede, gli subentra un
sudore e un'accensione [b] insolita: perch man mano che gli occhi
assorbono l'effluvio di bellezza, egli s'accende e col calore si
nutre la natura dell'ala. Con il calore poi si discioglie intorno
alle gemme l'ispessimento che, da tempo incallito, proibiva loro
di germogliare. Affluendo il nutrimento, diviene turgida e lo
stelo dell'ala riceve impulso a crescere su dalla radice,
investendo l'intera sostanza dell'anima. Perch un tempo era tutta
alata.
3   [c] Ora essa palpita e fermenta in ogni parte e quel che
soffrono i bambini con i denti quando spuntano, quel prurito e
tormento, ecco questo l'anima patisce quando cominciano a
spuntarle le ali: palpita, s'irrita e prova tormento mentre le
spuntano. Quando dunque rimirando la bellezza d'un giovane,
l'anima riceve le particelle che da quello partono e scorrono (ed
 perci che si chiama fiume di desiderio), se ne nutre, se ne
riscalda, cessa [d] l'affanno e gioisce. Ma quando sia separata da
quella bellezza l'anima inaridisce e le aperture dei meati
attraverso i quali spuntano le penne disseccandosi si contraggono
s da impedire i germogli dell'ala. Ma questi, imprigionati
dentro, insieme all'onda del desiderio amoroso, palpitando come
un'arteria urgono ciascuno contro la propria apertura sicch
l'anima, trafitta da ogni parte, smania per l'assillo ed  tutta
affannata. Ma riassalendola il ricordo della bellezza, ringioisce.
Cos sovrapponendosi questi due sentimenti, l'anima se ne sta
smarrita per la stranezza della sua condizione e, non sapendo che
fare, smania e [e] fuor di s non trova sonno di notte n riposo
di giorno, ma corre anela l dove spera di poter rimirare colui
che possiede la bellezza. E appena l'ha riguardato, invasa
dall'onda del desiderio amoroso, le si sciolgono i canali
ostruiti: essa prende respiro, si riposa delle trafitture e degli
affanni, e di nuovo gode, per il momento almeno, questo soavissimo
piacere. Ed  cos che non si staccherebbe mai dalla bellezza e
che la tiene cara pi di tutte; anzi si smemora della madre, [252
a] dei fratelli e di tutti gli amici, e se il patrimonio rovina
perch l'ha abbandonato, non gliene importa nulla, e, messe da
parte norme e convenienze delle quali prima si adornava,  prona
ad ogni schiavit e a dormire in qualunque posto le si permetta,
il pi vicino possibile al suo caro. Perch, oltre a venerare
colui che possiede bellezza, ha [b] scoperto in lui l'unico medico
dei suoi dolorosi affanni. Questo patimento dell'anima, mio
bell'amico a cui sto parlando,  ci che gli uomini chiamano
amore; ma quando ti dir come lo chiamano gli di, forse
sorriderai, data la tua giovinezza. C' una coppia di versi
sull'amore, citati da certi Omeridi, traendoli forse dalla loro
tradizione segreta, il secondo dei quali  davvero insolente e
zoppicante di metrica. Dicono cos:
Gli uomini lo chiamano Amore che vola,.
Alato gli di, perch fa crescere l'ali.
4   [c] Ci si pu credere o no, tuttavia la causa delle condizioni
degli innamorati  proprio questa. [...].
 (Platone, Opere, volume I, Laterza, Bari, 1967, pagine 758-761).

